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“Il Turismo delle radici – Ritorno ai luoghi d’origine”

Alta Val Tidone, terra di confine e di passaggio nella storia, ha conosciuto l’emigrazione verso l’America, in particolare il Sud America, la Francia, la Germania e la Svizzera per lavori stagionali. Oggi su una popolazione di circa 2.400 abitanti, il 7,7% è iscritto all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

L’Amministrazione Comunale ha così deciso di aderire al progetto “Il Turismo delle radici – Ritorno ai luoghi d’origine” per codificare e mappare una realtà nascosta, ma ramificata sul territorio, soprattutto tra fine Ottocento e Novecento. 

Le tue radici

Per scoprire o raccontarci la tua storia familiare: contatta i numeri 0523 993706 – 0523 993708 (ufficio anagrafe) oppure invia una mail a gcorniola@comunealtavaltidone.pc.it o msavini@comunealtavaltidone.pc.it.

A JOURNEY INTO YOUR FAMILY’S PAST: if you’re abroad and would like to discover your family’s history or to connect with your ancestors, don’t hesitate to send an email to gcorniola@comunealtavaltidone.pc.it o msavini@comunealtavaltidone.pc.it. You’re welcome!

Partenze e ritorni, mobilità e radici: una storia nostra

Da alcuni anni il laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza guidato dalla Dott.ssa Silvia Magistrali, grazie al contributo della Consulta Regionale degli Emiliano Romagnoli nel Mondo, realizza progetti di ricerca per indagare le fenomenologie e le complessità dell’emigrazione emiliano-romagnola nelle sue dimensioni comunitarie, continentali ed extra-continentali.
La ricerca attualmente in corso si propone di realizzare un’indagine mirata sul fenomeno del “turismo di ritorno”, o chiamato “turismo delle radici”, per analizzarne le caratteristiche e le determinanti a livello locale.
L’emigrazione verso l’estero è un fenomeno che caratterizza da sempre la storia del nostro Paese ed è possibile individuare quattro fasi storiche principali: 
I fase (1876-1900): il primo periodo migratorio prende avvio poco dopo l’unificazione del nuovo Regno d’Italia e presenta determinanti di ordine sia economico che sociale. I primi trasferimenti ingenti di residenti verso l’estero si registrano a seguito della grande depressione del 1873-1895, connaturata alla crisi del settore agricolo che portò ad un eccesso di manodopera nei campi, e furono in qualche modo facilitati da una politica governativa liberale che riconobbe nel 1888 a tutti i cittadini italiani la libertà di emigrare. In questo periodo, le principali destinazioni degli emigrati italiani furono Francia e Germania e alcuni Paesi extraeuropei, specialmente Argentina, Brasile e Stati Uniti.
II fase (1900-1914): questa fase coincide con il primo periodo industriale, che in Italia trovò sviluppo soprattutto nelle regioni settentrionali. Qui il decollo industriale non fu nei fatti in grado di assorbire l’eccedenza di manodopera soprattutto proveniente dalle aree rurali, la quale si trovò costretta a ricercare prospettive di vita e di lavoro più dignitose all’estero. Si trattò di un vero e proprio esodo: fino alla viglia della Prima Guerra Mondiale, circa mezzo milione di italiani all’anno lasciarono il Paese per stabilirsi altrove, soprattutto negli Stati Uniti.
III fase (1918-1939): il periodo tra le due guerre si caratterizza per una forte contrazione del fenomeno migratorio. In Italia, il governo fascista soppresse la libertà di trasferimento sia per ragioni di prestigio che per esigenze legate al servizio di leva militare, ma anche oltreoceano i principali paesi di destinazione iniziarono a imporre leggi sempre più protezioniste e restrittive sull’accoglienza dei migranti.
IV fase (dal Secondo Dopoguerra al boom economico degli Anni 60): agli inizi degli anni Sessanta ha luogo il più grande esodo storico degli italiani, di fatti nel solo triennio 1959-1961 furono 346 mila i cittadini italiani che partono per l’estero, a fronte di circa 186 mila rientri. Dalla metà degli anni Settanta i flussi di residenti verso l’estero rallentano, ma non si azzerano e mostrano i primi segnali di cambiamento nella struttura del fenomeno, soprattutto se si considerano le nuove destinazioni e i nuovi profili dei migranti italiani: a seguito delle grandi delocalizzazioni delle imprese (siamo nel periodo post-fordista), i flussi migratori si concentrano soprattutto verso i paesi un tempo considerati parte del cosiddetto Terzo Mondo, hanno però carattere temporaneo e riguardano non solo operai, ma anche individui scolarizzati e profili qualificati (tecnici e ingegneri).

Al giorno d’oggi l’emigrazione è diventata una scelta sempre più comune tra le nuove generazioni, le quali si recano all’estero per investire la propria esperienza e professionalità, causando però una perdita netta per il nostro Paese. Emerge quindi che, rispetto al passato, oggi emigrano solamente coloro che se lo possono permettere poiché hanno accumulato ricchezza nel tempo o, più in generale, dispongono di sufficienti risorse per stabilirsi in un altro contesto ed assicurarsi un alloggio e condizioni dignitose di sussistenza almeno per il periodo iniziale. 

“Turismo delle radici”: analisi e approfondimenti dell’Università Cattolica di Piacenza

Nel 2022 l’Osservatorio delle Radici Italiane ha pubblicato una dettagliata ricerca, condotta mediante interviste a più di 10mila cittadini italiani e italo-discendenti all’estero, con il fine di esplorare il loro legame con le proprie radici e i luoghi di origine. In particolare, gli autori hanno tentato di espandere e dettagliare la definizione che tipicamente viene proposta per inquadrare questa forma di turismo, considerata l’insieme dei “viaggi compiuti dai migranti che si recano in vacanza nel Paese di origine, spesso dopo esserne stati lontano per lungo tempo, o dai loro discendenti che vogliono visitare e conoscere la terra di origine della loro famiglia”. 
Il fenomeno ha assunto diverse denominazioni, tra cui “turismo delle origini o di ritorno”, in alcune nazioni è stato definito anche “turismo ancestrale o genealogico” e a volte si parla di “turismo della diaspora, della memoria, nostalgico o sentimentale”: tutte definizioni che descrivono un’esperienza che non è solo un muoversi nello spazio, ma è soprattutto un viaggio interiore, un viaggio di riscoperta, riavvicinamento, di riappropriazione della propria storia identitaria.
“Chi parte, infatti, ha sempre come orizzonte la possibilità di ritornare a casa: partire, guadagnare, fare esperienza, trovare il proprio posto nel mondo, ma poi tornare nel paese d’origine, per chiudere il cerchio, e compiere così il viaggio perfetto”: è questo l’animus, l’intenzione che muove il turismo delle radici, di fatti è assodato che chi parte per stabilizzarsi in un luogo nuovo tende sempre, presto o tardi, a ricercare in questo nuovo qualcosa di famigliare, qualcosa che ci rimandi ci e tenga ancorati ai nostri contesti, alla nostra casa, alle nostre abitudini e tradizioni.
Le indagini condotte dall’Università Cattolica di Piacenza, con il supporto dei dati forniti dall’Osservatorio delle Radici Italiane nel 2022, hanno rivelato che nel periodo 1876-2021 più di 30 milioni di italiani sono emigrati, ma solo 11-13 milioni di essi sono rimpatriati, determinando una perdita netta di circa 18-19 milioni di connazionali.
Oggi gli italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) superano i 5,6 milioni: il 14,5% è composto da minori, il 21% ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, i giovani adulti con un’età compresa tra i 35 e i 49 anni corrispondono al 23,2%, il 19,4% ha tra i 50 e i 64 anni), infine il 21% ha più di 65 anni ma di questi l’11,4% ha più di 75 anni.  
Oltre 2,7 milioni (il 47,0%) sono partiti dalle regioni meridionali, più di 2,1 milioni (il 37,2%) sono partiti dal Nord Italia e il 15,7% è, invece, originario dell’area centrale. 
Il 54,9% (circa 3,2 milioni) della popolazione italiana emigrata si trova in Europa e il 39,8% (oltre 2,3 milioni) in America, in particolare nella zona centro-meridionale. Di fatti, le comunità italiane più numerose sono, ad oggi, quella argentina con un totale di 903.081 persone, quella tedesca (813.650), quella svizzera (648.320), quella brasiliana (527.901) e al quinto posto quella francese (457.138).
L’invito è quindi quello di cambiare il modo di guardare ai nostri nuclei emigrati, di costruire un nuovo modo di rapportarci con la parte della nostra comunità che si è trasferita all’estero, superando l’idea malinconica che si tratta di pezzi mancanti, perduti, ma al contrario iniziare a pensarci come comunità che vive a distanza e che da sempre ha l’occasione di ri-incontrarsi, ri-accogliersi e ri-abbracciarsi.

Storie di emigrazione e radici in Alta Val Tidone

Il giorno 17 novembre 2024 si è tenuto il convegno “Il Turismo delle radici – Ritorno ai luoghi d’origine” presso Borgo Mulino Lentino, nel Comune di Alta Val Tidone.  La scelta del luogo e della data, ricorrenza della Festa dei Mugnai, non è stata per nulla casuale poiché l’obiettivo era quello di valorizzare il “turismo delle radici” basandosi sulle suggestioni identitarie che sono state individuate nei mulini e nell’arte molitoria, partendo dal museo di riferimento ospitato presso il Mulino Lentino nella località di Nibbiano. La giornata è stata interamente dedicata ai tesori enogastronomici e alle espressioni artistiche del territorio; le note del Gruppo Enerbia e del Coro Val Curiasca hanno animato le vie del piccolo e antico Borgo Lentino, accompagnando la benedizione della ruota del mulino. Al mulino e alla sua produzione si deve anche la storia del batarò, uno dei prodotti De.Co di Alta Val Tidone, esaltato durante uno showcooking che l’ha riproposto in chiave moderna, sempre mantenendo la ricetta tradizionale.
Durante l’evento la Dott.ssa Silvia Magistrali, in rappresentanza dell’Università Cattolica di Piacenza, ha illustrato il progetto dedicato al viaggio sulle orme dei propri avi, sottolineando come i discendenti di seconda, terza e quarta generazione a volte decidano di fare ritorno. A testimonianza di un cerchio che si chiude vi erano Carina Fiocchi e la famiglia Savini.

Carina, nata e vissuta in Argentina e successivamente trasferitasi in Italia, ha raccontato il viaggio compiuto dal padre Roberto, discendente di una famiglia di mugnai partiti nel 1953 da Mulino Fiocchi, oggi Mulino del Ceppetto, di Genepreto per trovare fortuna nel Sud America. Fiocchi ritornò in Val Tidone negli anni Novanta, spinto dal richiamo ancestrale di ritrovare le sue radici e di scoprire la sua terra d’origine.

Elena Savini ha condiviso la storia del padre Aldo, il quale partì da Trevozzo verso il Venezuela alla giovane età di 21/22 anni, tra il 1946 e il 1947. Giunto a destinazione, iniziò a lavorare come cameriere e a intraprendere altre attività, ma dopo qualche anno fece ritorno a Milano per investire quanto guadagnato; qui rimase per soli due anni prima di partire nuovamente verso la città di San Carlos, nello stato di Cojedas. Per alcuni anni Aldo si spostò tra Italia e Sud America, ma nel 1968 tornò definitivamente nel suo paese di nascita. 
Aldo Savini è stato una figura fondamentale nella storia del Comune di Alta Val Tidone, ricomprendo dal 1976 il ruolo di sindaco di Nibbiano, all’epoca comune autonomo, fino al 1980, termine naturale della legislatura. Il suo mandato si distinse per una grande disponibilità all’ascolto dei cittadini e alle loro problematiche, prendendo importanti decisioni che si tradussero in risultati concreti e tangibili.

Scopri la storia di Giovanni Botteri e Maria Chiapponi emigrati in Argentina alla fine dell’Ottocento e ritornati in Italia alla fine del primo decennio del Novecento.


Scoprire il passato, vivere il presente e celebrare le radici di una terra senza tempo

Arte molitoria in Alta Val Tidone

L’attività molitoria ha rappresentato per secoli una delle principali fonti di sostentamento per gli abitanti della Val Tidone, di fatti alcuni documenti testimoniano che tra la fine del ‘700 e i primi dell’800 gli impianti produttivi disseminati lungo i corsi d’acqua erano circa 80-90. Molti di essi sono in stato di degrado o hanno subito modifiche tali da renderli irriconoscibili, ad eccezione del Mulino di Borgo Lentino, di proprietà della famiglia Borghi, che ospita al suo interno il “Museo della Civiltà Molitoria”, e del Mulino Reguzzi, ancora oggi funzionanti.
Di norma i mulini a macina erano costituiti da due postazioni, una dedicata alla macinazione del grano e del frumento per la preparazione della farina da panificazione e l’altra ideata per la macinazione della melica e del mais per la preparazione di farina da polenta. Il prodotto trasformato fuoriusciva da un’apertura praticata nella gabbia di legno (gabbiòn) e attraverso uno scivolo fisso veniva raccolta nella mastra (mastroòn), dove il mugnaio con la sua pala (palòt) la trasferiva nei sacchi di juta. 
I mulini della Val Tidone erano di due tipi: quelli alimentati dall’acqua proveniente dal Tidone per mezzo di canali di derivazione e un secondo gruppo, situati a valle di Trevozzo, alimentati dall’acqua proveniente dalla diga del Molato. Nel primo caso l’acqua veniva prelevata dal torrente Tidone per mezzo della ciüsa o remissa, la quale deviava l’acqua nel canale di derivazione, il Rio Macinatorio, così definito dal capitano Antonio Boccia nel 1805. Il loro svantaggio era quello di essere soggetti ai fermi dovuti alle secche estive. Mentre, nel secondo caso, i mulini risalgono all’epoca successiva, intorno agli anni ’20, ed erano in costante funzionamento grazie al canale costruito per fornire l’energia idraulica necessaria al funzionamento della centrale idroelettrica. Di fatti, a causa dell’ingente prezzo della corrente elettrica, la forza idraulica fu per moltissimi anni l’energia che muoveva i mulini della Val Tidone. 
Il mulino non era solo il luogo di lavoro del mugnaio ma era anche la sua abitazione.
Al piano terreno si trovava un grosso stanzone che costituiva il mulino vero e proprio, vi erano poi una o più stanze superiori che rappresentavano l’abitazione del mugnaio e dei suoi familiari. 
La vita dei mugnai è sempre stata molto difficile, infatti, tranne pochi periodi fortunati in cui il loro duro lavoro fu economicamente gratificato, il loro era un lavoro di auto-sostentamento. In particolare, fino alla prima metà degli anni 50 l’attività del mugnaio consisteva in una lavorazione conto terzi per i propri clienti, normalmente i contadini. Il mugnaio trasformava i cereali in farina che veniva poi consegnata al relativo proprietario e tratteneva per sé la sua aspettanza, detta molitura.

Mulini, Alta Val Tidone e le radici di una terra: scarica la brochure completa al link sottostante.